Macbeth // Emma Dante

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Disegno di Andrea Verga

Un’Entusiastica di Andrea Verga sul nuovo lavoro di Emma Dante.

Vi è mai successo di passare un’intera notte senza dormire, rotolandovi nel letto? I pensieri, a furia di accavallarsi in libertà, senza testimoni, si staccano definitivamente dalla realtà e diventano entità a parte, proiezioni, pensieri di pensieri, fantasmi dello spirito. Si dice “non ho chiuso occhio” ma nella maggior parte dei casi non è vero nulla: c’è sempre un momento in cui il sonno è arrivato ma non ce ne siamo neppure resi conto. Nei dormiveglia, invece, alcuni di noi hanno provato la strana sensazione di non sapere se ciò che sta accadendo è un sogno o è la realtà. A volte la coscienza e il corpo sembrano separarsi e si vede il nostro corpo dal di fuori. Altre volte i sogni ritornano uguali o con variazioni minime, soprattutto nella “notte oscura dell’anima” che è il periodo dell’elaborazione di un lutto. Sono sogni che seguono una logica tutta loro, quantica, in cui la persona che è venuta a mancare è allo stesso tempo viva e non viva, presente e assente…

In questi stati intermedi, purgatori misteriosi che solo la notte conosce, tra veglia e sonno, tra ragione e follia, tra vita e morte, tra coscienza e incoscienza, tra realtà e finzione, nell’insonnia cronica, nel sonnambulismo, nella compulsione del pensiero e dell’atto, nelle finte illuminazioni che non resistono all’arrivo della piatta e rassicurante luce del giorno, negli stati di coscienza alterati e allucinatori, febbrili, nei sogni ricorrenti, ossessivi, nei sensi di colpa, nei presagi oscuri, nell’intenzione che diventa subito rimorso, fiorisce la drammaturgia di Macbeth.

“Larve” nel buffo italiano nato arcaico (perché ultima propaggine, reperto ormai imbalsamato della lingua poetica italiana classica) del Piave, librettista fidato di Verdi, sono i fantasmi che tormentano Macbetto.  Presso gli antichi romani le larve erano gli spiriti di coloro che erano morti di morte violenta e non potendo essere sepolti erravano nel mondo dei vivi. “Larva” era anche lo scheletro che sedeva in mezzo ai convitati, in alcuni banchetti, a ricordare che la vita è breve e che va goduta. E “larva” infine è una  “maschera per travestimento” e quindi “aspetto inautentico”.

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Crédit : Rosellina Garbo

Emma Dante, la regista teatrale palermitana più riconosciuta in patria e all’estero, ci regala tre ore di esplorazione di questa “selva oscura” della coscienza pullulante di gufi e di larve. Sembra davvero che tutta l’azione dell’opera si svolga in una sola notte. Ogni omicidio ne chiama un altro in modo sempre più automatico. In una catena inarrestabile la macchia di sangue si allarga, avvolge tutto. Il tutto al ritmo della danza inquietante delle streghe, a scatti, come automi “incantati” in preda a dei tic animali che coinvolgono poco a poco tutto il corpo. Anche l’atto sessuale (l’opera si apre con un originale accoppiamento di massa tra satiri e streghe) è qui ridotto a un compulsivo e sfrenato sfogo di pulsioni “basse”. I figli originati da queste unioni oscene finiscono, nella scena di apertura dopo l’intervallo, dritti dritti nei calderoni insieme alle code di rospo.

Tutto è in fondo presagio di morte, fin dall’inizio: il valoroso destriero su cui Macbetto torna vittorioso dalla battaglia è uno scheletro.

Il tema del doppio e dell’inautenticità è onnipresente. Per esempio nel momento dell’assassinio del povero re, Duncano, che Macbetto, istigato dalla moglie, uccide per potergli succedere sul trono. Dietro Macbetto compare un doppio, di cui non si vedono i tratti del volto. Il doppio pugnala il re che, caduto in terra, si rialza di scatto per essere pugnalato di nuovo, all’infinito. Il doppio è costretto nella ripetizione di questo gesto: è la mente del colpevole che torna al pensiero ossessivo del suo delitto e la mente di colui che sta per agire senza crederci fino in fondo che anticipa ogni suo singolo passo.

Solco sanguigno la tua lama irriga!…

Ma nulla esiste ancor… Solo il cruento

mio pensier le dà forma, e come vera

mi presenta allo sguardo una chimera.

Il tempo psichico si sovrappone al tempo cronologico (non l’ha ancora ucciso ma la lama è già sporca di sangue). Il momento presente non esiste: tutto è dolorosamente proiezione o ricordo, rimorso o profezia. Forse è questo l’inferno.

Anche l’invocazione della notte nella scena 7 del primo atto da parte di Lady Macbeth è un’invocazione a ciò che alcune tradizioni spirituali chiamano l’incoscienza profonda, all’incoerenza, all’inautenticità, quasi alla schizofrenia, un invito a separare i nostri pensieri e i nostri sentimenti dalle nostre azioni:

Tu, notte, ne avvolgi di tenebra immota;

qual petto percota non vegga il pugnal.

Il dramma dell’uomo Macbeth sembra in questa regia di Emma Dante un dramma collettivo, dell’incoscienza collettiva. Il potere regale, che sia esercitato dall’innocuo Duncano, una specie di Cristo senza risurrezione, o dal crudele Macbetto, è ridicolizzato, diventa letteralmente un circo. Il trono per cui tante persone perdono la vita è un trono di plastica, televisivo, l’oro è finto, tutto è spettacolo, fumo, polvere negli occhi. Quando Macbetto e la sua sposa si ritrovano soli nella loro stanza nuziale, soli di fronte ai loro delitti, viene fuori la realtà desolante del potere: giacciono infatti in misere brandine d’ospedale, temporaneamente adagiate l’una contro l’altra, con tutta la scomodità che tutti abbiamo provato di dormire in due letti singoli uniti.

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Crédit : Rosellina Garbo

Il coro sembra tornare alla funzione che aveva nella tragedia greca arcaica. Le streghe, che mi hanno fatto pensare alle Erinni dell’Orestea (nella loro fase selvaggia, ben prima di essere addomesticate da Atena), danzano, cantano e recitano. Le streghe, i nobili, i sicari, che in Shakespeare sono pochi, sono moltiplicati già da Verdi, ma qui la crescita è esponenziale, tanto che tutto il palcoscenico è riempito nelle scene collettive (e nel bel finale anche la platea). Nell’opera verdiana siamo abituati a dei cori statici (è difficile ballare e cantare allo stesso tempo), qui no, si ha l’impressione di un movimento collettivo, non perché tutti ballino e cantino allo stesso tempo ma perché le funzioni sono ripartite in modo organico. I giovani allievi della scuola che Emma Dante dirige, protagonisti di queste scene collettive, impressionano per espressione drammatica e preparazione fisica.

I cantanti e l’orchestra mi sembrano all’altezza del loro compito ma non mi avventurerò nella strada del giudizio tecnico. Cerco di più le risonanze storiche, sociali, politiche dello  spettacolo.

Dirò quindi che mi sono emozionato in particolare nell’aria Or tutti sorgete ministri infernali di Virginia Tola, Lady Machbet, che incarna perfettamente il soprano drammatico di coloratura, questa creatura ibrida capace di leggerezza e profondità allo stesso tempo. Toccanti anche le arie Oh quale orrenda notte e Studia il passo, o mio figlio di Banco, interpretato dal giovane e talentuoso Marko Mimica, una delle poche figure a cui lo spettatore che non abbia inclinazioni sataniste può identificarsi.

Bellissime anche le scene corali come quel Schiudi, inferno, la bocca/ ed inghiotti nel tuo grembo l’intero creato, finale del primo atto che, come spesso in Rossini, è l’occasione per un bilancio: il coro comincia a dare voce ai pensieri dello spettatore, in un corto-circuito tra finzione e realtà, tra palco e platea.

Il coro permette di passare dal particolare all’universale, dalla cronaca, dall’aneddoto al vissuto di ognuno di noi. In una scena corale poco prima della fine i morti non hanno più identità, sono salme coperte da lenzuoli bianchi, come quelle del telegiornale o che qualcuno posta su facebook.

Ed ecco sempre il coro all’inizio del quarto atto:

Suona a morto ognor la squilla,

ma nessuno audace è tanto

che pur doni un vano pianto

a chi soffre ed a chi muor.

 Come dire, abbiamo chiuso talmente il nostro cuore di fronte a tutte queste notizie di morti e sofferenze, che non siamo neanche più capaci di farci un bel pianto, anche se inutile. Alzi la mano chi non si sente almeno un po’ chiamato in causa.

Macbeth di Emma Dante : dal 21 al 29 gennaio 2017 al Teatro Massimo di Palermo

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