Norma

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Fotografia di Rosselina Garbo

Un’Entusiastica di Andrea Verga

La letteratura e il teatro sono pieni di metafore tessili: la trama, il filo del racconto, il dipanarsi della storia…e nella tradizione poetica italiana numerosi sono i richiami ai nodi e ai lacci, soprattutto quelli d’amore, da Petrarca fino ad Alda Merini (I lacci che mi legano i pensieri/sono dubbi d’amore).

Il capolavoro di Vincenzo Bellini sembra essere visto dai due registi siciliani, Di Gangi e Giacomazzi, come un’opera che indaga appunto i vincoli, i legami, i lacci, i nodi, personali e collettivi, le relazioni e le identità, le trame che ci uniscono, ci danno un luogo dove stare, ci fanno sentire importanti, necessari, ma possono anche impedirci, è il rovescio della medaglia, di essere liberi.

Norma è una sacerdotessa atipica, una mistica che ha una connessione diretta con la natura  (soprattutto con “sorella luna” a cui si rivolge nella celebre cavatina Casta Diva), una donna libera che col suo amore scavalca i muri immaginari tra i popoli, che oggi purtroppo molti cercano di nuovo di materializzare, che non esita a rompere i voti della sua protetta Adalgisa quando questa le confessa che è innamorata (Dai tuoi voti io ti libero/I tuoi legami io frango). E’ anche un’amante disperata che arriva a ipotizzare, come Medea, l’infanticidio pur di far soffrire il suo amante romano Pollione, che l’ha tradita proprio con Adalgisa, una donna ferita che sa trasformarsi improvvisamente da pacifista in un’accanita guerrafondaia. L’amore tragico e doppiamente proibito (perché lui è romano e lei sacerdotessa capo del tempio dei galli) con Pollione, l’intimità con Adalgisa, la loro amicizia che resiste alla notizia del tradimento di Pollione, il legame di rispetto e sottomissione verso il padre Oroveso, capo dei druidi, i suoi sacri voti, i suoi figli nascosti: Norma sembra ignorare le leggi più che ribellarsi ad esse e così facendo crea legami profondi, passionali ma apparentemente contradditori.

Come rappresentare questi legami, questi vincoli, questi fili visibili e invisibili, leciti e illeciti, ma non per questo meno potenti (anzi) tra noi e gli altri?

I due registi scelgono la grande artista sarda Maria Lai, morta nel 2013 ma il cui spirito è ancora vivissimo nelle sue terre e ora anche sul palco del Massimo, come vero e proprio Virgilio della loro esplorazione artistica.

Punto di partenza di questo loro viaggio è l’installazione “Legarsi alla montagna”, filmata in “Legare collegare” un meraviglioso documentario di Tonino Casula (facilmente visibile sul web: https://www.youtube.com/watch?v=0rVoN64Fz-o).

Siamo a cavallo tra gli anni settanta e gli anni ottanta, a Ulassai, il paesino in provincia di Nuoro di cui è originaria Maria.  Terra di vincoli forti e antichi, di amistade e disamistade. A Maria viene commissionato dall’amministrazione comunale un monumento ai Caduti di Guerra. Si rifiuta, dicendo che preferisce essere utile ai vivi. Decide quindi di legare tutto il paese alla montagna, con un lunghissimo nastro celeste che attraversa le strade, entra nelle case attraverso i balconi, collega tutti, superando, non senza difficoltà, le divisioni, le faide, celebrando i vincoli e infine giunge, portato da scalatori, in cima alla montagna, luogo del contatto col sovrannaturale, a cui il paese regala eremiti e da cui ogni tanto si staccano massi assassini. Si rifà così alla leggenda conosciuta da tutti in paese di una bambina miracolosamente sopravvissuta a uno di questi crolli che fu trovata con un nastro azzurro in mano.

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Fotografia di Rosselina Garbo

“Maria Lai – racconta Giacomazzi – diceva che ci sono delle persone che nascono con la sensazione di non appartenere alle leggi di questo mondo. Ciò le fa soffrire perché si sentono escluse, fin quando non capiscono che questo in realtà le rende libere.  Lì sta la loro forza, lì si esprimono e diventano se stesse. Norma ha la sensazione di vivere in un altro mondo, ma è costretta alle leggi di questo mondo, e si è costruita delle reti intorno per non uscirne. Ma è un’eroina tragica e per diventare libera non può abbandonare il padre e il suo popolo. Per diventare libera deve morire”.

« Esistiamo », sembra dirci questa Norma. Ecco una vera notizia, al di là del ciarpame mediatico e feisbucchiano, una notizia di cui spesso ci sfugge la portata, di cui sicuramente non traiamo tutte le conseguenze. Esistiamo. Ed è forse quando ci troviamo, seguendo l’etimologia del verbo esistere, saldamente fuori dai vincoli imposti dall’esterno, che ce ne rendiamo davvero conto.

Il cast è notevole: Norma è Mariella Devia, una delle più celebri belcantiste del mondo. Ha debuttato in Norma a Bologna nel 2013, dopo più di 40 anni di carriera: voleva essere sicura di essere pronta per interpretare un ruolo così complesso, degno di una cantante matura. Ovviamente lo è. Mi hanno colpito l’interpretazione, la tecnica, e in certi punti il contrasto vocale teatralmente affascinante tra il cantato e il recitato. Adalgisa è Carmela Remigio, che ha interpretato nel passato anche Norma. Le due splendide voci sembrano fondersi nei duetti, dove i registi lavorano sulla specularità dei due personaggi (Adalgisa è in fondo, dal punto di vista drammaturgico, Norma da giovane, appena sedotta da Pollione), sulla simmetria, materializzando il loro legame ancora una volta con un nastro. Pollione è il simpatico John Osborne (bisogna vederlo parlare con passione ai giornalisti di Norma, in un italiano tutto suo), bravissimo interpretando un ruolo a lui congeniale e in cui è già collaudato. Toccante è il loro terzetto che chiude il primo atto Ah! DI qual sei tu vittima. Gli altri interpreti e l’orchestra, diretta da Gabriele Ferro, direttore musicale del Teatro, sono di grande qualità. Il palco è rialzato per permettere alla bellissima musica di Bellini, secondo le parole del direttore “solo apparentemente facile”, perché a volte aderisce alle emozioni dei personaggi e a volte diventa « astrazione pura », di giungere allo spettatore nella maniera più pura possibile.

Le scene di Federica Parolini sono ovviamente inspirate alla Lai. Brandelli di tessuti, stoffe penzolanti, lacci, corde, delle lune fatte di neon, un grande filo rosso che attraversa la scena in diagonale simbolizzando la passione, colonna portante della drammaturgia. Le luci di Luigi Biondi hanno un ruolo fondamentale: la notte e il giorno si alternano, i neon si accendono, bianchi, rossi, e a volte si fa semplicemente buio, solo i cantanti sono illuminati.

Forse il tutto è un po’ statico, un quadro perfetto più che un’installazione: io avrei giocato di più con lo spirito di Maria e con tutti questi fili, facendoli magari uscire dal palcoscenico. Ma il Teatro Massimo, il teatro più grande d’Italia e uno dei più solenni e imponenti, non è certo un posto underground. E poi come dice sempre Jessica Walker, una delle mie maestre di teatro e di vita: “Invece  di dire “io avrei fatto”, fallo”.

 

Norma, dal 19 al 28 febbraio 2017 al Teatro Massimo di Palermo

Tragedia lirica in due atti

Musica di Vincenzo Bellini
Libretto di Felice Romani
Direttore Gabriele Ferro
Regia Luigi Di Gangi e Ugo Giacomazzi

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