Il flauto magico secondo l’Orchestra di Piazza Vittorio

 

image(4).jpeg
Coloratura di Andrea Verga

 

 

Un’entusiastica di Andrea Verga

In alcuni spettacoli ci sono dei momenti talmente sublimi, toccanti oppure divertenti, che danno talmente allegria, che da soli basterebbero a giustificare tutta la produzione: a volte tre minuti di puro godimento sono sufficienti a far esistere uno spettacolo di un paio d’ore.

Se dovessi scegliere un momento di questi per questo concerto/spettacolo (che è comunque da vedere con attenzione dall’inizio alla fine, senza dimenticare i bis) sarebbe la prima aria della Regina della Notte, la bravissima Maria Laura Martorana. Quasi impossibile non cercare la scena sulla rete, appena tornati a casa, per godere di nuovo, e far godere ai nostri cari, della sua voce e della sua teatralità, del suo sguardo ironico, del suo istrionismo, del suo giocare col ridicolo nella recitazione, come quando, appena arrivata, si aggiusta il vestito o quando alla fine alza le mani ed esce di scena di corsa tra gli applausi, come una diva un po’ matta.  E poi, ovviamente, la musica. All’inizio sembriamo trovarci in una canzone di Marlene Dietrich:  la voce ancora non è impostata liricamente, è teatrale, come quando imita la figlia che chiede aiuto: Ach, helft! Ach, helft!. Il canto è introdotto dai fiati, poi accompagnato solo da un contrabbasso pizzicato e da un pianoforte. Infine nel momento in cui la regina investe Tamino della sua missione di salvare la figlia (Du wirst sie zu befreien gehen: Tu andrai a liberarla) ci troviamo davanti una voce potente, da grande soprano. Tutto questo accade, fuori da ogni possibile previsione, mentre la musica si arricchisce di nuovi strumenti e del ritmo della batteria.

Sublime è anche l’altra aria della Regina della Notte, (Der Hölle Rache kocht in meinen Herzen: La vendetta infernale ribolle nel mio cuore),una delle aree più famose di sempre per la sua bellezza e difficoltà, con quelle note staccate nelle colorature che sono talmente acute che strabordano abbondantemente dallo spartito. Il soprano la esegue con grande naturalità e questa volta il ritmo è addirittura sincopato, dettato dalle palme delle mani dei musicisti e forse anche di qualche spettatore, tra flamenco e jazz.   

Che bel matrimonio misto quello tra questa voce e i musicisti dell’Orchestra di Piazza Vittorio, tra la lirica e questa musica. Fusion? World music? Pop? Jazz? Opera ? Semplicemente musica, e di grande qualità. Le categorie dell’industria discografica rivelano la loro inadeguatezza…

Altro grande momento è il bis, in cui l’Orchestra si scatena, improvvisa. La musica si libera dalle esigenze drammaturgiche dello spettacolo e scorre come un fiume in piena. Il pubblico partecipa battendo le mani e ripetendo il gesto di addio dei personaggi, come la regina d’Inghilterra quando passa lentamente in macchina, salutando il suo popolo.

Ma questi sono solo piccoli esempi: tutto lo spettacolo è ibrido, multietnico, a immagine del quartiere romano dell’Esquilino, dove è nata l’Orchestra. I musicisti vengono da Cuba, dal Senegal, dall’Italia, dalla Tunisia, dall’Ecuador, dalla Corea del Sud, dall’India. Il violoncello e il pianoforte si affiancano ai flauti andini, al sax, alla kora, al djambe, l’arabo e lo spagnolo al tedesco, la musica classica al jazz, il canto lirico al canto arabo.

Il merito più grande dell’Orchestra è quello di aver captato alla perfezione lo spirito di questa opera, che nasce ibrida, ambigua, appartenente a un genere di origine popolare, tra teatro e musica, il Singspiel. Sing: cantare. Spiel: gioco o spettacolo teatrale, come il sostantivo inglese Play. Già la musica di questo capolavoro di Mozart era un vero patchwork: s’ispirava a volte a Bach, a volte all’opera italiana, buffa o seria, a volte ai Lieder viennesi, tra gli antenati delle moderne canzoni tedesche…l’ouverture riprende una sonata dell’italiano Clementi ma si rifà anche all’ouverture francese…

A volte è un po’ difficile seguire la storia, per chi non la conosce. Interi passaggi saltano, altri cambiano, la musica è la protagonista assoluta, a volte a discapito della drammaturgia, per me un po’ confusa. La scelta di non mettere i sottotitoli mi lascia perplesso, visto che sono un feticista del testo, anche se ovviamente il linguaggio della musica va oltre le parole.

Si gioca molto con lo spettatore e con le sue aspettative: l’incontro tra Papageno e Papagena, da me atteso con impazienza visto che è il mio momento preferito, si trasforma in un ménage à trois tra Tamino, Pamina e Papageno (-Ta -Pa -Pa sostituisce lo speculare e simmetrico -Pa -Pa, eterno balbettio degli innamorati che ripetono imbambolati il nome dell’amato): Papagena semplicemente non c’è.

I musicisti e i cantanti sono anche bravi attori, i disegni proiettati sono belli e colorati e il tutto ha uno spirito leggero e festoso, come si conviene a una domenica nel periodo di Carnevale.

Dal 24 febbraio al 5 marzo, Teatro Biondo, Palermo

Publicités

Laisser un commentaire

Entrez vos coordonnées ci-dessous ou cliquez sur une icône pour vous connecter:

Logo WordPress.com

Vous commentez à l'aide de votre compte WordPress.com. Déconnexion / Changer )

Image Twitter

Vous commentez à l'aide de votre compte Twitter. Déconnexion / Changer )

Photo Facebook

Vous commentez à l'aide de votre compte Facebook. Déconnexion / Changer )

Photo Google+

Vous commentez à l'aide de votre compte Google+. Déconnexion / Changer )

Connexion à %s