IL FILO D’ARIANNA / Enrique Vargas

Il Filo di Arianna 6 ph Stefano Di Cecio.jpg

Alla fine del viaggio, le preoccupazioni sono tanto meschine quanto umane: cosa posso portare con me? Allora rubo un pezzettino di filo bianco e me lo avvito, facendo attenzione che nessuno mi veda, intorno al polso sinistro, monito di rinascita. Poi benedico quelle poche, ma non pochissime, lenticchie che mi sono rimaste in tasca. Ci farò un piccolo brodo, con un dito di carota e un sospetto di zenzero, starà in una tazzina di caffè, così mi ricorderò di questo momento. Ecco, si tratta di prolungare al massimo, anche al costo di diventare feticista, questo mio stare nel mondo, fotografare questo stato di coscienza, questo attimo prezioso e fuggente. « Fermati, attimo, tu sei così bello » direbbe Faust. E’ per questo che sono stato così tanto tempo nell’ultima stanza, lo spazio di decompressione tra il labirinto e il resto del mondo. Uno spazio in cui si scrive e si riflette sull’esperienza appena vissuta, circondati da fili e nodi. « Io da qui non me ne vado! ». E’ come contemplare il mare in tempesta da un oblò. Dietro tutto questo, come una melodia di sottofondo, LA domanda, che l’amato poeta Rilke formulò in questi termini: « Perché non sono sempre così? ».

Dramma dell’artista e dell’uomo che nel suo viaggio incontra, quasi per sbaglio, di sghembo, la beatitudine. Niente a che vedere con la felicità e con la serenità. Assomiglia all’ispirazione, ma è ancora più assoluta. Semplicemente: qui sono a casa, niente mi scalfisce, qui sono io.

Il problema di trovarla è che poi si perde, poi bisogna uscire, a riveder le stelle, ma spesso fa nuvolo.

Perché non sono sempre così?

Dopo essere nati nello spettacolo, che spettacolo non è, è un vero e proprio labirinto, un viaggio interattivo, in cui siamo tutto tranne che spettatori, bisognerà rinascere nella vita, andare in bagno, bere un bicchiere di vino, scrivere questa recensione.

Le esperienze si confondono, cosa è successo, alla fine, di così straordinario? Sembra di rievocare la vita intrauterina, dove pare giaccia un patrimonio inconscio di gioie e dolori che potrebbe spiegarci tante cose.

Mani, reti, fili, tessuti, sabbia, corpi, schiene, fluttuare, odori, tatto, tatto, tatto…

« Queste storie non avvennero mai ma sono sempre », ci viene in soccorso la bellissima definizione che Sallustio dà del mito.

Ecco perché il Teatro dei Sensi, ecco perché Vargas, torna alle origini, ad Arianna, al Filo d’Arianna, primo dei suoi labirinti, filo da cui è nato tutto, un bel po’ di anni fa .

Arianna che s’innamora di Teseo, lo straniero. Arianna sorella del Minotauro, il mostro. Arianna che poi Teseo abbandonerà su un’isola deserta, finché non verrà salvata da Dioniso, l’ebbro, che la porterà con sé a celebrare i misteri del vino e della saggezza incarnata nel corpo.

Seguo il filo d’Arianna che cambia di forma: è corda, spago, si perde tra le lenticchie, nella sabbia, è bianco, di canapa, di cotone, di lana.

Nel viaggio mi perdo e m’incontro, vivo la potenza dei paradossi sulla mia carne.

La Madre mi stringe al suo seno e sento il suo cuore pulsare, nel petto, ma pure tutto intorno a me: sono allo stesso tempo appena nato e ancora nel ventre materno. Nel frattempo sento un odore come di pastina in brodo.

Quando sento il Minotauro e i suoi grugniti, quando posso sfiorare il suo corpo possente attraverso una stoffa grezza, quando mi vedo riflesso in uno specchio col suo muso al posto del mio, la paura si mescola con il piacere, e con qualche singhiozzo che non si risolve in lacrime. « Bisogna che il poeta procuri il piacere che nasce dalla compassione e dalla paura ». E’ la tragedia che, dice sempre Aristotele: « per mezzo della compassione e della paura, finisce con l’effettuare la purificazione (catarsi) di queste passioni ».

Ecco, inanello qualche citazione, nel tentativo disperato di capirci qualcosa.

Non è facile tradurre con parole l’esperienza.

La versione minoica, arcaica, pre-razionalista, pre-ateniese, del mito (quella, ovviamente, preferita da Vargas e dagli attori/ricercatori/abitanti del Teatro dei Sensi) prevede che Teseo non uccida il Minotauro. Lo guarda, si riconosce, forse si vede riflesso nei suoi occhi vitrei di bovino, prende atto della propria bestialità, si rende conto che il Minotauro è una parte di lui, e fa un salto mortale, usando le corna come appiglio.

Questo salto gli permette di venerare il toro e allo stesso tempo di superarlo.

La società minoica è arcaica, endorcista, una società, cioè, che, al contrario della nostra, decisamente esorcista, non espelle i suoi demoni, anzi, li rispetta, si concilia con essi.

Quello a cui assistiamo, a cui partecipiamo è quindi un rito, non una storia, qualcosa che si rinnova ogni volta, con ogni viaggiatore, perché, non ci stancheremo di ripeterlo « queste storie non avvennero mai ma sono sempre ».

Il Filo di Arianna 2 ph Stefano Di Cecio

L’arte, la tragedia, il mito, ritrova la sua funzione originaria, assolutamente non riducibile all’estetica: curare (quando Aristotele parla di « catarsi » usa un termine medico), dare senso.

E allora, una volta usciti, col nostro nuovo braccialetto e la zuppetta sul fuoco, compare la nostalgia di un tempo che non abbiamo mai vissuto, in cui i riti scandivano le stagioni dell’anno e della vita, le ore della giornata, in cui il tempo era un serpente che dormicchiava arrotolato su sé stesso e non un’implacabile freccia.

 

Andrea Verga

Foto di Stefano Di Cecio

IL FILO D’ARIANNA
Centro Culturale Il Funaro di Pistoia

16-22 settembre 2017

Regia di Enrique Vargas

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