Che la terra ti sia lieve, Juan Sin Tierra

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Juan Goytisolo nel 1985 a Parigi. Credit Ulf Andersen/Getty Images

E poi in questi giorni malinconici e insulari, di nostalgia per il mio periodo barcellonese- che a posteriori mi sembra la mia età dell’oro- e di simpatia e appoggio morale per gli amici che vivono lì- quasi tutti a favore dell’indipendenza, che siano di origine catalana o no- e per questo popolo, tra i più aperti e civili che io abbia mai conosciuto- mi viene comunque voglia di sentire una voce fuori dal coro- per forma e per contenuto. Una voce non ideologica, senza bandiere, che brilli di luce propria, che sia “una fiamma che afferma”, per usare le parole del poeta Auden. Una voce che sia solo una voce, senza attributi, una voce “né/né”. Né nazionalista catalana, né (neo)franchista. La voce di un « senza terra ». Un uomo che da anni immagino di andare a trovare- il viaggio a Marrakech, l’arrivo nella piazza centrale, la mitica Jamaa el Fna, cercarlo tra i tavolini, un anziano signore spagnolo che legge « El país » bevendo té alla menta, non trovarlo, chiedere ai camerieri, tutti lo conoscono, è soprattutto grazie a lui che la piazza è diventata patrimonio UNESCO e si è salvata dalla speculazione, scoprire che è a Parigi, o a New York, o a La Habana o a Almería o a Barcellona dai nipotini- ma torna presto, forse domani, aspettarlo quindi bevendo té alla menta, come lui, come quasi tutti, leggendo uno dei suoi capolavori illeggibili, un po’ perché sperimentali, troppo colti, riscritture di testi sufi medievali, parodie in chiave erotica e omosessuale di poemi del 500 a loro volta parodie di poemi del 400, un po’ perché ovviamente ti ostini a volerli leggere col tuo spagnolo in fondo approssimativo, non letterario, nel suo spagnolo sublime, intriso dei classici, che hai pure vanamente cercato di decifrare a suo tempo, Don Chisciotte in testa. E concentrarti diventa un’impresa ancora più difficile se cedi con lo sguardo agli incantatori di serpenti e alle ciglia lunghe e fitte del cameriere. Sì, in questo caos, hai proprio bisogno di sentire questa sua voce grave, di scrittore vero, anzi di « apprendista scribacchino » come si è umilmente definito qualche anno fa nel suo bellissimo discorso di accettazione del premio Cervantes.  

 

In termini generali, gli scrittori si dividono in due gruppi: quelli che concepiscono il loro compito come una carriera e quelli che lo vivono come una dipendenza. Chi rientra nella prima categoria cura la propria promozione e visibilità mediatica, aspira al successo. Chi rientra nella seconda, no. Fare il proprio dovere rispetto a sé stesso gli basta e se, come capita a volte, la dipendenza gli procura dei benefici materiali, passa dalla condizione di dipendente a quella di spacciatore o di rivenditore.

Chiamerò quelli della prima classe letterati e quelli della seconda semplicemente scrittori o più modestamente incurabili apprendisti scribacchini.

 

Sì, dov’è finita in questo chiasso questa voce chiara, la voce di « Juan sin tierra », di Juan Goytisolo?

Allora chiedi al mago google che, implacabile, ti dà notizia della sua morte, ormai 4 mesi fa. All’inizio ti dici, ma no, avrò digitato male, sarà uno dei fratelli, José, Augustín, come è che si chiama, tutti scrittori, uno è morto un po’ di tempo fa, mi sembra di ricordare. Non può essere lui, io devo incontrarlo e lui sarà il mio maestro, mi consiglierà, mi illuminerà la strada. E invece è proprio lui, Juan, Goytisolo Gay, morto, il 4 giugno 2017, a Marrakech.

Avrei dovuto incontrarlo prima, agire invece di immaginare. Mostrargli la mia produzione spagnola, sicuramente le cose migliori che ho scritto,  « Poemas Escondidos », « Poesie nascoste », stampate in decine di copie, clandestinamente, nell’ufficio della Nespresso, in cui insegnavo francese, in times new roman 12 su fogli A4, o il racconto « Sembrarse », « Seminarsi » (la traduzione italiana del titolo è oscena, sembra uno che scappa da sé stesso usando un lessico da inseguimento, da film d’azione, invece il racconto parla di semi, del nostro potenziale inespresso) e poi mentre mi legge scrutare i suoi occhi azzurri o le pieghe della sua bocca- per capire se gli piace, se capisce, se sta seguendo, se mi sta capendo.

Avrebbe detto cose intelligentissime e soprattutto vere sulla questione catalana, da catalano e spagnolo, ma soprattutto da apatride, di nazionalità « cervantina ». Moderate, in fondo. Lui, che era per una Spagna repubblicana e federale. Forse avrebbe parlato degli ultimi, quelli che rimangono fuori dai dibattiti, perché semplicemente non sembrano esistere, i tanti migranti che vivono in Catalogna e che non hanno neppure potuto votare, e che comunque non si sentono né catalani né spagnoli, i “né/né”, i “sin tierra”, come lui.

Come quando, sempre nella cerimonia del premio Cervantes, immaginava un Don Quisciotte contemporaneo

 

ai piedi delle sbarre di Ceuta e Melilla da lui visti come castelli incantati con ponti levatoi e torri merlate che soccorre degli immigranti il cui unico delitto è il proprio istinto di vivere e l’ansia di libertà.

 

Viveva in esilio prima forzato poi volontario non solo dal suo paese, « madrastra inmunda, país de siervos y señores », ma anche dalla sua classe sociale: non voleva essere seppellito in terra cattolica ma ancor meno nella tomba di famiglia, una riproduzione allo stesso tempo austera e kitsch del duomo di Milano nel cimitero barcellonese di Montjuic, costruzione simbolo per lui di « tutto l’orrore della classe borghese e sfruttatrice » in cui sembrava essere nato per sbaglio.

Ti avrei scelto come maestro, Juan, così a scatola chiusa, conoscendo alla fine molto poco della tua sterminata produzione. Ma non ci sei più.

Ovunque andavi ti facevi volere bene: a Parigi dove frequentavi i bassifondi, Sentier, allora araba poi turca, oggi cinese, Barbès, Clichy…ma anche gli scrittori e gli intellettuali tra cui quella Monique, tua moglie, tuo grande amore, un amore speciale ma di grande profondità se pensi che forse fu proprio lei che ti diede la forza per dichiarare pubblicamente la tua omosessualità … A Marrakech dove tutti ti conoscevano e ti riconoscevano come un uomo semplice e un grande scrittore e dove in pochi ti avevano letto ma sapevano che l’arte non si vede solo dall’opera, si vede da come uno è, che l’arte è forse una scusa e un mezzo per essere un po’ più umani.

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La tomba di Jean Genet

Ma una buona notizia c’è, ed è che oggi riposi nel tuo Marocco, nel cimitero spagnolo (nonostante tutto) di Larache, una cittadina sull’oceano, vicino Tangeri, abbastanza anonima, famosa per gli aranci e il cui nome in berbero vuol dire “La soffitta”. Là riposi in una tomba semplice, con una croce (non si capisce perché, visto che eri ateo fino al midollo eppure in qualche modo anche un mistico), accanto a molti soldati spagnoli e accanto al tuo maestro e amico Jean Genet, lui senza croce, la sua tomba ha la forma di un sasso bianco, lui ha scoperto questa cittadina, scappando dalla folla di artisti occidentali in cerca d’ispirazione decadente a Tangeri. Un altro grande scrittore, anche lui omosessuale, un altro grande nomade, un altro grande amante del Marocco, un altro che non sopportava il suo paese e che è stato accolto dal popolo marocchino come uno di loro, tanto che adesso è considerato un santo sufi col nome di « Sidi Gini » e che le donne vanno sulla sua tomba a chiedere benedizioni, come racconta lo scrittore marocchino Abdellah Taia (ed è così che la prima persona che parlò ad Abdellah di Jean Genet, suo futuro maestro letterario, fu sua madre, che è analfabeta).

Juan, Jean, Abdellah, perfino Wystan (Hugh Auden) che cito all’inizio…Tutte sorelline, come io chiamo tra me e me gli artisti gay, soprattutto gli scrittori, perché vi sento proprio vicini, uno di voi, abitatori scandalosi di frontiere. (Anch’io amo il Marocco. Ci ho passato solo 3 giorni ma ho conosciuto delle persone meravigliose. Lì, per la prima volta in vita mia, ho sentito il desiderio di comprarmi una casa e mi sono pure informato sui prezzi. Anch’io non sopporto le frontiere assassine. Anch’io non mi sono mai sentito della mia nazionalità.)

E quindi ora vi lascio riposare nelle vostre tombe bianche di fronte all’oceano, Juan et Jean, miei maestri, mie sorelline, cullati dal canto eterno delle onde e dei muezzin. Un giorno vi verrò a trovare.

E, come ha detto qualcuno, « que la tierra te sea leve, Juan sin tierra« .

Andrea Verga

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