Le mille bolle blu

 

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Il teatro Ditirammu è molto piccolo, il « teatro più piccolo del mondo » si legge a volte. Ma stasera siamo in tanti. Non ci entreremmo assolutamente. Veniamo però accolti, in questa piacevole e fresca serata di fine estate, nel cortile antistante il teatro, un tipico cortile palermitano, pieno di piante e di balconi. Foglie di potos pendono languide mentre manici di scopa, probabilmente legati da qualche laccio che approfitta del crepuscolo per rendersi invisibile, aderiscono magicamente all’intonaco, quasi fossero enormi gechi. Un ricordo, improvviso: l’ultima volta che entrai qui. Ero piccolo, un bambino, in visita dai nonni palermitani. In questo cortile, anzi, all’interno del teatrino, assistimmo, un po’ per caso, a uno spettacolo di pupi, in quelle rare gite in centro che l’incatenarsi dei pasti natalizi ci permetteva. Che gioia, nutrire un po’ lo spirito oltre alla panza. Ma… torniamo a noi. Qui, ora, c’è un’atmosfera festosa, di famiglia. C’è un’emozione palpabile. Se fai la tessera dell’associazione, ti viene offerto un piatto di pasta, anelletti al forno. Una cooperativa sociale fondata da persone passate dall’esperienza del carcere e poi diventate maestri pasticcieri vende dolci. Mentre i miei vicini parlano di Giappone e di danza Butoh (« nonostante le differenze culturali, io e un tedesco, quando diciamo io, facciamo riferimento alla stessa cosa; un giapponese, no »), una signora anziana cala un paniere dal balcone. Aspetta pazientemente col paniere calato, non si sa cosa. Mi chiedo per un momento se la scena fa parte dello spettacolo. Lei rimane col paniere calato, guardandosi intorno. Sembra aver bisogno di qualcosa. Sto per alzarmi e andare a chiederle se posso aiutarla, poi vedo un bambino che la indica facendo cenni a un signore. Il signore accorre al panierino mettendoci dentro due birre ghiacciate, forse destinate agli ospiti che affollano l’altro balcone (una famiglia, 3 generazioni), forse destinate alla signora stessa, forse al marito, a un’amica, chissà. (La signora comunque si guarda tutto lo spettacolo da sola in piedi dal suo balcone). Si spengono le luci, si guadagna faticosamente il silenzio.

Lo spettacolo è costruito come una lettera d’amore di Nardino, barbiere figlio di barbiere, a Emanuele, avvocato figlio di avvocato.

Due vite che non sembravano essere destinate a incontrarsi, non intimamente, per troppi motivi, in una città e in un paese attraversati da fratture sociali così profonde come la Palermo e l’Italia del dopoguerra e del boom economico. Eppure la loro relazione riesce a rompere le barriere sociali e a oltrepassare la normale, cordiale relazione tra un cliente e il suo barbiere di fiducia. Il loro amore rimescola le carte, un amore omosessuale, di per sé stesso eversivo. Un amore che è anche un ricomporre una frattura, un’esplorazione appassionata delle origini: il padre di Emanuele che ora vanta uno studio in via Libertà è in realtà nato nel quartiere, povero e periferico, dove il padre di Nardino esercita la professione di barbiere.

Nardino ed Emanuele si amano quindi clandestinamente, di amore vero. Ma Emanuele muore, di malattia. Ecco quindi il pretesto narrativo: il ricordo intimo di Nardino del suo amato Emanuele, un ricordo urlato, pianto, viscerale, erotico, arrabbiato, tenero, scandaloso, un ricordo che si contrappone al ricordo ufficiale, pubblico, freddo, dell’uomo Emanuele da parte della famiglia e della buona società palermitana che in fondo non lo conoscono, non in tutti i suoi aspetti. E quando il dolore della separazione lo travolge, quando fa troppo male, ha bisogno del dialetto come un Cristo che sulla croce abbandona il sofisticato greco per urlare nell’aramaico materno « Eli, Eli, lama sabachtani? », « Signore, signore, perché mi hai abbandonato? ».

Il ricordo dell’unica persona che lo conosceva intimamente, nella sua verità. Un amore su cui pesa la clandestinità, ma anche i non-detti, i silenzi. Nardino sembra ricordarsele tutte quelle conversazioni dopo aver fatto l’amore nella villa di Carini di Emanuele che diventa il loro nido (e la moglie non chiede nulla di tutte queste assenze, forse rassegnata ad aver sposato una maschera). Una volta Emanuele gli confessò che lui era l’unica persona che avesse mai amato. Ma Nardino non rispose nulla, e ora ci chiama a testimoni di questo suo silenzio colpevole. Una persona che ha vissuto tutta la vita con una maschera e che se la toglie proprio a teatro, il luogo delle maschere. « Confessioni di una maschera » che mi fanno pensare al grande scrittore giapponese omosessuale Yukio Mishima ma anche all’immenso Jean Genet che durante il maggio parigino, pur appoggiando il movimento, critica l’occupazione dell’Odéon, dicendo che il teatro è in fondo l’unico posto in cui la menzogna è dichiarata, l’unico posto, cioè, in cui paradossalmente si dice la verità.

Filippo Luna si fa possedere da Nardino, dal bellissimo testo di Antonio Rezzo, tratto da una storia vera, usando il corpo e la voce come uno strumento musicale con cui suonare questa elegia, questo lamento tragico, a tratti comico, questo disperato e riuscito tentativo di dare voce, come abbiamo detto, ad almeno un pezzettino della verità, che poi sarebbe la funzione dell’arte.

Da nove anni l’attore palermitano, che firma anche la regia, porta questo spettacolo in giro per la Sicilia e l’Italia. Lo avvicino alla fine dello spettacolo per congratularmi, con gli occhi lucidi, come molti altri spettatori. Mi dice di sentirsi ogni volta più vicino a questo personaggio, che comincia a corrispondergli anche anagraficamente. Questo spettacolo ha sigillato per lui un doppio ritorno: a Palermo, che aveva lasciato per Roma, e al teatro, la sua passione, che aveva messo da parte per lavorare nell’editoria. Poi due chiacchiere con l’autore, Antonio Rezzo, che invito caldamente a pubblicare il testo. Infine con Elisa Parrinello, che ho avuto il privilegio di aver visto lavorare in altre occasioni. Sentendo i saluti di Elisa al pubblico e parlando con un po’ di persone capisco il motivo di tanta commozione, fin da prima che cominciasse lo spettacolo. Il teatro, questo teatro, con le foglie di pothos, i balconi, i pupi, Filippo Luna, la famiglia Parrinello, Antonio Rezzo, il dialetto siciliano, le canzoni, i piatti di pasta, questo teatro che fu il sogno e poi, mi sembra di capire, a volte anche un po’ l’incubo del suo fondatore, Vito, che ci ha lasciato pochi mesi fa e che oggi assiste allo spettacolo, come dice poeticamente Rezzo « da lassù, dal più privilegiato dei loggioni », sta chiudendo. La cronaca lo conferma. Mentre scrivo questo articolo, in ritardo, come sempre, cerco Ditirammu su internet per guardare le date dello spettacolo e m’imbatto sulla bella, bellissima lettera di Elisa e dei fratelli Parrinello che sugella, almeno per ora, la fine (anche se per fortuna i laboratori continueranno altrove, anche se sicuramente non sarà la stessa cosa) di questo luogo meraviglioso fuori dal tempo, che egoisticamente rimpiango ancora di più, perché ho avuto solo occasione di sfiorarlo. Una decisione seria, grave, presa dai fratelli Parrinello in un dialogo incessante col papà, quando c’era e ora che fisicamente non è più tra noi.

 

Ci diceva sempre: “Io volevo solo suonare la chitarra e sentire vostra madre cantare”. (…) Troppo stanco, troppa politica, anticamera e cose che con l’arte e il sentimento non c’entrano proprio nulla. E allora facciamo quello che pensava di fare Papà, sospendiamo tutte le attività del Ditirammu: magari è vero Palermo non ha bisogno di noi. Troppa bile, qui rischiamo davvero la pelle, arte a costo della vita? No grazie.

 

Ovviamente Palermo ha bisogno di voi. E pure io. Chi vivrà vedrà (l’arte è amica dei miracoli).

Andrea verga

Foto di René Purpura e di Roberta Modica

 

« Le mille bolle blu », al Teatro Ditirammu il 7-8-12 settembre 2017

Di e con Filippo Luna. Testo di Antonio Rizzo

 

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