L’Italiana in Algeri

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Crédit : Rosellina Garbo

Teatro Massimo di Palermo

Dal 23 al 30 novembre 2017

 

Se avete 11 minuti a disposizione (e se non li avete, vi sfido a trovarli sottraendoli alle varie armi di distrazione di massa), vi invito, prima di tutto, a vedere « L’Italiana in Algeri » di Giannini e Luzzati , disponibile in libreria e sul web, ora restaurata con colori sgargianti e ghirigori che sembrano uscire dallo schermo. Siamo nel 1968. Luzzati e Giannini lavorano insieme già da una decina d’anni. Con loro collaborano artisti del calibro di Gianni Rodari e di Paolo Poli. I due autori s’ispirano, pur divertendosi a modificare e a semplificare la trama, all’omonimo « dramma giocoso » di Rossini. Ora dal 1968 spostiamoci all’anno duemila. Il Teatro Massimo ha da poco riaperto i battenti dopo una trentina d’anni di lavori. Affida a Maurizio Scaparro la regia di un’opera. Il regista romano sceglie l’Italiana, perché Palermo vuol dire mar mediterraneo e il capolavoro di Rossini è un’opera che ha come protagonisti proprio il mare e il porto, nelle parole del regista, « un grand hotel, con gente che va e gente che viene. Naufragi, speranze, sogni, immigrazioni ed emigrazioni »,  » quasi un altro protagonista capace a sorpresa di condizionare i nostri giochi e quelli di Rossini ». Il regista si ricollega all’attualità dell’epoca, sono gli anni della legge Turco-Napolitano, l’immigrazione diventa un « problema » onnipresente. E chiama il suo amico Lele Luzzati, di cui aveva apprezzato il lavoro con Giannini, e la grande costumista Santuzza Calì per interpretare al meglio quell’Algeri allo stesso tempo così vicina e così lontana, come le due sponde che il mediterraneo divide e unisce. Torniamo adesso ai nostri giorni, autunno 2017. Il maestro Luzzati è morto ormai 10 anni fa ma è come se fosse vivo:  appare come scenografo nel libretto e uno spettatore assolutamente non sprovveduto, conosciuto durante la pausa tra il primo e il secondo atto, mi giura, entusiasta dello spettacolo, che è vivo e vegeto, in ottima salute, e mi dispiace così tanto contraddirlo che non insisto, non vorrei deluderlo troppo.

Insomma squadra che vince non si cambia: lo spettacolo è riproposto oggi, in una Palermo di nuovo orlandiana e decisamente più multietnica, col tema del mare e dell’immigrazione sempre più presente. Uguale uguale, regista, scenografo, costumista,  perfino Simone Alaimo che interpreta ancora Mustafà (suo ruolo cult, tanto che la sua casa al mare si chiama, racconta in un’intervista, « villino Mustafà »). Un cast di eccellenza siciliana, anche se un po’ stanco, forse, nella replica a cui ho assistito, tra cui spiccano ovviamente una bravissima Marianna Pizzolato perfettamente a suo agio vocalmente e teatralmente nel suo ruolo rossiniano preferito, un’Isabella simpatica, ironica, vitale, intelligente e un buffissimo Vincenzo Taormina nel ruolo di Taddeo, che spontaneo, si diverte un mondo insieme al pubblico, pur mantenendo un perfetto controllo vocale.

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Crédit : Rosellina Garbo

 

Il resto lo fa la musica di Rossini, che Stendhal definì « una follia organizzata e completa », e che si fonde perfettamente col geniale libretto di Angelo Anelli, in quest’opera che sempre Stendhal definì « la perfezione del genere buffo ».

E’ quindi un piacere rileggere le note di regia di Scaparro del 2000 che avrei voglia di citare per intero, che sembrano avvalorare la tesi secondo cui quest’opera non parla tanto dell’Algeria, quanto dell’Italia:

Se fossi psicologo (…) mi domanderei quale prodigio abbia consentito al Rossini giovane una così vasta esperienza umana, almeno apparente, quella sapiente comicità con cui dipinge tutti i personaggi dell’Italiana, giovani e vecchi, uomini e donne, italiani e “algerini” e quell’ironia attorno al gioco amoroso, che talvolta potrebbe perfino nascondere una vena autobiografica malinconica. La comicità dell’Italiana assume così connotazioni che vanno ben oltre il pur evidente rapporto con l’eredità dei comici dell’arte, dando spesso un segnale di sorprendente modernità. Basti pensare, un esempio per tutti, alla fine del primo atto con un concertato di campanelli, martelli, cornacchie, boom boom, crà crà, tactà, che sembrano anticipare alcune esperienze dell’avanguardia letteraria e musicale del primo Novecento. (…) Vorrei aggiungere alcune riflessioni sulle “turcherie” di questa Italiana(…). È evidente che in questa improbabile “Algeri”, Rossini si è divertito alle spalle di un mondo poco conosciuto, oggetto di facile e un po’ rozzo scherno, traguardo di tante opere buffe. Mi sembra per la verità che questa volta Rossini si sia voluto divertire in eguale misura dei “turchi” e degli “italiani”, di cui peraltro conosce anche meglio i difetti, fino a costruire con Isabella e Taddeo una coppia di straordinario e vitalissimo divertimento. A “Mammaliturchi” Rossini sembra aggiungere con il sorriso anche “Mamma gli italiani”, e questo anche consente di leggere I’Italiana con distacco divertito e inevitabilmente attualizzabile.
Di veder e non veder,

Di sentir e non sentir,

Per mangiare e per goder

Di lasciare e fare e dir,

Io qui giuro e poi scongiuro

Pappataci Mustafà.

 

Una satira immortale della nostra società, che, impaurita, sembra aderire perfettamente al motto « Pappa e taci »,  e del clima omertoso e mafioso che sembra avvolgere da sempre e per sempre la nostra bella penisola. Società in cui però esiste (resiste) un’aristocrazia dello spirito, anzi dell’intelligenza un po’ cattivella, di cui Isabella/Marianna è la capitana indiscussa, che si contrappone alla pericolosa scemenza dei potenti e degli aspiranti tali.

Andrea Verga

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